Banca di Piacenza

LA BANCA DI PIACENZA NEL VOLUME "L`ARGENTO E LA STRADA"

L’Associazione nazionale fra le banche popolari (nel cui direttivo siede il dott. Giuseppe Nenna, Direttore generale della Banca di Piacenza) ha pubblicato, insieme all’Associazione Civita, il volume “L’argento e la strada - Banche popolari e territorio”, con scritti di Franco Cardini e Antonio Paolucci. La pubblicazione raccoglie la descrizione di diversi “itinerari” per e da Roma, fra cui la Via Emilia. Per ogni itinerario pubblica una scheda storica, una descrizione del percorso da Nord a Sud, immaginando un viaggiatore che percorre l’Italia provenendo da Oltralpe, e una scheda storica per ciascuna Banca popolare che insiste sull`itinerario. Vari gli Autori delle schede, solo unitariamente indicati. Pubblichiamo le schede storiche su Piacenza e sulla Banca di Piacenza.

PIACENZA

La via Emilia partiva da Rimini, dove si allacciava alla Flaminia, e, salendo per tutta l’odierna Emilia Romagna, arrivava a Piacenza. Da qui l’imperatore Augusto ne fece costruire un breve tratto per farla allacciare alla Postumia e quindi creare un ponte tra Roma e le province del nord Italia.

Piacenza, dove comincia il nostro viaggio, è la porta dell’Emilia, culturalmente spesso più vicina al centro Italia. Il suo essere territorio di passaggio, il suo vivere la natura ibrida di città padana - praticamente al centro della pianura e ultimo baluardo dell’Emilia - la rendono un posto per certi versi strano, come fuori dalla geografia, tanto che gli emiliani la pensano lontana, troppo a nord di Parma per essere come loro. Il suo vivere economicamente alle spalle di Milano accentua questa visione della città, che è come alla ricerca della propria identità. Ma dal punto di vista storico e artistico la peculiarità della città si respira ancora forte e leggibili sono gli strati storici che caratterizzano il centro. I laterizi padani danno il color del cotto a quasi tutta la città e rendono l’aria severa ed elegante, piena di piccole grandi sorprese, come l’antico palazzo comunale che, insieme alla ricchezza del Duomo e alla compunta riservatezza dell`architettura di San Francesco, sono i segni più evidenti del passato medievale della città.

Girare per il centro della città, che si sviluppa su un`area piuttosto estesa, è comunque un viaggio nella storia del centro. La dominazione dei Farnese, che qui vollero stabilire la sede del loro ducato, poi passato a Parma, è tangibile, oltre che nell’omonimo palazzo di famiglia, soprattutto nelle statue equestri di Alessandro e Ranuccio I che campeggiano nella piazza dei Cavalli, scolpite nel terzo decennio del Seicento da Francesco Mochi, tra i geni assoluti della scultura barocca, che seppe trasporre in marmo le sensazioni umanissime della pittura caravaggesca.

La grande stagione di Piacenza è tutta legata al periodo farnesiano. L’apertura di grandi strade all’interno del centro storico e la costruzione, lunghissima e mai terminata, del palazzo Farnese derivano dalla volontà della famiglia di gareggiare con le grandi casate emiliane, gli Este e i Gonzaga, a cui sopravvivranno ma di cui, per certi versi, non riuscirono mai ad uguagliare i fasti. Oggi il Palazzo Farnese, la cui posizione defilata dalle vie più strette del centro storico gli conferisce un ampio respiro, è sede del Museo Civico. Visitare le grandi collezioni in esso conservate ci può dare l’idea dell`importanza della famiglia. Botticelli, con uno dei suoi tondi dipinti, è l’apice della collezione, a cui appartengono pitture e sculture dal XIII al XVII secolo, carrozze e reperti archeologici che sono quanto rimane della meravigliosa collezione Farnese, famosa in tutto il mondo per la qualità e la quantità dei pezzi.

Nel collegio Alberoni è uno degli Ecce Homo di Antonello da Messina, nel Duomo sono le Sibille di Guercino, nel bramantesco Santuario della Madonna della Campagna sono le opere monumentali del Pordenone.

La visita a Piacenza è così un centellinare grazie e bellezza in ogni parte della città.

La via Emilia da qui inizia la sua cavalcata fino al mare ed è possibile percorrere tutta la strada in bicicletta o a piedi, percorrendo una pista ciclabile che praticamente è parallela all’antico tracciato della via.

BANCA DI PIACENZA

Piacenza giunge alla grande crisi finanziaria di fine anni Venti - primi anni Trenta del secolo scorso con una buona struttura di banche locali. Vengono in gran parte dalla seconda metà dell’Ottocento e sono figlie di quella vivacità economica, ma soprattutto culturale che distingue la città in questo periodo: “La Primogenita” d’Italia, titolo meritato nel 1848 per aver scelto per prima l’annessione al Piemonte, ha visto in seguito nascere la prima Camera (“Borsa”) del Lavoro d’Italia e la Federconsorzi. Il sistema economico nei primi del Novecento incontra qualche difficoltà, ma soprattutto per l’indifferenza di Roma, nel settembre del 1932, quattro banche, tra cui la Banca Popolare Piacentina fondata nel 1867, devono arrendersi di fronte ad una crisi che veniva da lontano e che non può dirsi determinata in modo diretto dalla situazione locale. Lo dimostra il fatto che gran parte degli imprenditori che hanno subìto tale crisi, nel 1936, raccogliendo idealmente l’eredità della Banca Popolare Piacentina, danno vita ad un nuovo istituto di credito, la Banca di Piacenza. L’atto di costituzione viene firmato il 23 giugno 1936 alla presenza di un gruppo di imprenditori piacentini, rappresentanti di una borghesia che opera sia nell’agricoltura sia nell’industria. L’istituto, come precisa l’articolo n. 1 dell’atto costitutivo, si propone «di esercitare tutte le operazioni di Banca in Città e Provincia di Piacenza precipuamente a favore dei soci con la finalità di favorire l’agricoltura, il commercio e l’artigianato». Il capitale iniziale è di 944 azioni. La prima sede viene posta al piano terra di Palazzo Galli di via Mazzini 14, in locali messi a disposizione dal Consorzio Agrario. E’ il Palazzo che la Banca di Piacenza nel 2001 ha acquistato, restaurato e destinato a diverse attività, tra cui alcune culturali di grande prestigio. E’ in questo edificio che viene aperto il primo sportello il 2 gennaio 1937; alcuni giorni prima era stato diramato un comunicato a tutta la città che ha accolto con favore la nuova iniziativa. Il 18 ottobre, sempre del 1937, viene aperta la prima filiale a Borgonovo V.T. mentre il 25 febbraio 1938 viene firmato dal Consiglio di amministrazione il primo bilancio dal quale si apprende che le azioni sottoscritte sono 1876 con valore nominale di lire 500.

«La Banca di Piacenza - afferma il Consiglio - sorse quando ancora fumavano le rovine dell’incendio e quando, d’altra parte, il credito e il risparmio erano stati assorbiti dalle grandi aziende bancarie, alcune di diritto pubblico, altre di carattere nazionale. Per questo il sorgere della Banca di Piacenza parve a taluni atto di audacia». L’istituto procede con sicurezza aprendo nuove filiali: Gropparello (1939), Pianello V.T. (1940) e San Nicolò a Trebbia (1942). La Banca ha perseguito fin dall’inizio la politica di realizzare con metodo una presenza capillare sul territorio con la tendenza ad ampliarsi nelle province vicine; non secondaria, nel programma, la difesa dei valori della tradizione piacentina interpretando il ruolo di “Banca locale” sia sul piano economico sia su quello culturale. Lo stanno a dimostrare l’impegno messo nel restauro di opere d’arte del patrimonio piacentino, il sostegno ad iniziative culturali locali e la ricca attività editoriale con iniziative che non hanno mancato di incidere sulla cultura piacentina.

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