Banca di Piacenza

NEL LIBRO DI SFORZA, UNA PIACENZA TRA LUCI E OMBRE

Successo editoriale. Ne “Il diritto, la proprietà, la Banca” un bilancio sulla nostrà città, su noi piacentini impegnati - nel bene e nel male - a decidere il nostro destino. Come non diventare “colonia”.

Penso che pochi scrittori piacentini abbiano avuto tanto successo - sia in ambito locale che nazionale - di lettura e di commento come Corrado Sforza Fogliani con il suo libro Il diritto, la proprietà, la Banca pubblicato dalla casa editrice Spirali e presentato a Roma nella Sala del trono papale di Palazzo Alfieri e a Senago nella Villa San Carlo Borromeo su iniziativa del Laboratorio editoriale dell’Università internazionale del secondo Rinascimento. A mia memoria incontro soltanto il nome di Alberto Cavallari, il più prestigioso dei nostri giornalisti affermatosi in dimensione internazionale.

Dopo le prime recensioni sulla stampa nazionale e l’intervista di Emanuele Galba sul quotidiano La Cronaca in data 1° dicembre 2007, il libro è stato al centro di un’attenzione pubblica piacentina decisamente eccezionale, profonda e partecipante, che continua tuttora sui giornali e nei notiziari tv con interventi, commenti, confronti di punti di vista, opinioni e considerazioni di esponenti del mondo politico, civico-amministrativo, economico, finanziario, imprenditoriale, ambientalistico, professionale, culturale, giornalistico.

Il volume è “andato a ruba” (come dicono gli specialisti compilatori delle classifiche top-ten) e gli editori preannunciano una seconda edizione. A dire il vero non immaginavo, consideranto il titolo piuttosto settorialmente tecnico-economico, di trovarmi poi a leggere un vero e proprio romanzo di “taglio” autobiografico ricco di valori umani così coinvolgenti da comporre, di capitolo in capitolo, il racconto della sua vita in cui si riassumono, a volte con svolgimento di rapida e trattenuta commozione, i momenti più significativi e alti vissuti in famiglia (con le mitiche figureguida della madre e del padre, con il saldo affetto per il fratello, con il profondo amore per la moglie e la figlia), nella scuola (dal Ginnasio al Liceo Classico e all’Università statale di Milano), nel suo Studio di avvocato e in quelli di presidente della Banca di Piacenza e presidente della Confedilizia, sui banchi del Consiglio comunale come rappresentante del Partito liberale per lui, più che definizione partitica, quotidiana occasione di mettere in pratica i principi della libertà, sia individuale che sociale, intesa come valore essenziale e irrinunciabile in tutte le situazioni e manifestazioni della vita.

Nel fervido periodo formativo della sua personalità umana, ideologica, culturale, professionale e operativa, spiccano figure di nobile rilievo quali il padre avvocato e imprenditore agro-vinicolo («… non contate sul patrimonio e men che meno sul nome, ma fatevi una posizione con le sole vostre forze…»), la madre dell’antica famiglia degli Anguissola («…affrontate le difficoltà della vita con spirito indomito…»), gli insegnanti ginnasiali e liceali professor Francesco Burdino e professoressa Rita Calderini, don Niso Dallavalle direttore del giornale studentesco (e non didatticamente scolastico) La Squola, fondato da Corrado Sforza Fogliani e aperto al libero confronto e dibattito delle idee, l’avvocato Gaetano Grandi esponente liberale del CLN subito dopo la fine della guerra, l’onorevole Giovanni Malagodi parlamentare liberale e appassionato giornalista, l’avvocato Francesco Battaglia uno dei fondatori, presidente e “anima” propulsiva della Banca di Piacenza («… fare il passo che gamba consente», variante positiva del più comune detto «non fare il passo più lungo della gamba» che sostanzialmente significa inerzia e passo fermo senza prospettive). Eccezionalmente vibranti le pagine dedicate a Luigi Einaudi, suo “grande maestro” non soltanto di sapienza ideologica e giuridica, ma anche di saggezza etica ed esistenziale, già presidente della Repubblica ed economista di fama internazionale, che il ventunenne Sforza Fogliani incontrò nel 1961 nella sua villa di campagna a Dogliani sulle colline delle Langhe piemontesi tra Asti, Alba e Monforte. Un incontro che sembra svolgersi in una confidenziale cadenza narrativa alla Cesare Pavese e alla Beppe Fenoglio, i due celebri “figli-scrittori” delle langhe. Mi sorprendeva un Corrado Sforza Fogliani che si sorseggiava in latino… guttatim… (cioè goccia a goccia) il nostro brioso vino Gutturnio citando Cicerone che in Senato rimproverava Calpurnio Pisone («uno delle nostre parti»), suocero di Cesare di alzare un po’ troppo il gomito durante le feste conviviali nella sua dimora estiva a Velleja, che commentava i Promessi Sposi del Manzoni in chiave non tanto letteraria ma più che altro economica (esempio di libera concorrenza di mercato), che ripescava dalla storia un San Corrado Confalonieri ricco patrizio poi diventato eremita e santo patrono di Noto in Sicilia, un Leonardo da Vinci che definiva Piacenza “città degna e di passo” e quindi meritevole di presentarsi con prestigio artistico (quello delle porte del Duomo che lui e soltanto lui poteva realizzare ma che per sfortunate circostanze non riuscì a realizzare) agli occhi dei pellegrini di mezz’Europa in viaggio sulla via Francigena diretti a Roma.

Originalissima la sua lettura della storia patria sempre connessa a considerazioni e motivazioni di natura economica: un Papa Urbano II che preannuncia la prima Crociata in Terra Santa proprio a Piacenza ritenuta città in grado di dare forte sostegno economico all’impresa data la presenza di abili banchieri affermatisi, dopo il Mille, come finanziatori di Re di Francia e Inghilterra; un altro Papa Paolo III che inventava e regalava a suo figlio Pier Luigi Farnese il Ducato di Parma e Piacenza, primo Duca (cattivo lettore del Principe di Machiavelli) assassinato dai potenti feudatari del Plac (Pallavicino, Landi, Anguissola, Confalonieri) i cui privilegi economici venivano minacciati da un Pier Luigi Farnese accentratore e monopolizzatore di qualsiasi privilegio; un cardinale Alberoni di sottile astuzia di mediazione politica ed economica; un piacentinissimo Giuseppe Verdi nostro consigliere provinciale e grande amico di popolari personaggi cittadini quali il capostazione Mazzacurati e il calzolaio Zaffignani (per comprarsi le scarpe il Cigno di Sant’Agata non andava a Parma ma veniva a Piacenza), ospite abituale all’Hotel San Marco durante i suoi frequenti soggiorni nella nostra città.

Con una vis narrandi che supera qualsiasi aridità tecnico-accademica, Sforza esamina le peculiarità di tutto ciò che sa di “piacentinità”: il carattere e il comportamento sociale della nostra gente (riaffiorano schegge di poesie di Egidio Carella), il concetto di territorio e localismo, la Banca di Piacenza che questo territorio e localismo difende e valorizza, la classe dirigente politica ed economica, l’imprenditorialità, il senso della storia e della tradizione, gli interessi culturali ed artistici, il linguaggio, il dialetto. Risalta una “panoramica ai raggi x” tra il lusco e il brusco, senza peli sulla lingua, tra luci ed ombre, in una riflessione scrupolosamente realistica a volte perfino severa dettata dalla leale schiettezza del suo temperamento e della sue indole (niente inchini né reverenze ma franche strette di mano quando le cose, a suo parere, girano per il verso giusto). Emergono, tra riga e riga, alcuni neologismi ed immagini decisamente insolite in un resoconto incentrato su tematiche come il diritto, la proprietà, la conduzione di una Banca, le tasse, i tributi, la giustizia fiscale, la presidenza di una Confederazione di proprietari di case e di appartamenti. Colgo l’incisività di espressioni come: “il perbenismo” di chi accetta tutto con superficiale senso della responsabilità, “elogio della cattiveria” quando per cattiveria si intenda la giusta e obbiettiva misura delle suddette responsabilità, la “schiena dritta” di chi è moralmente irreprensibile e pulito, il “coraggio indomito” (già formulato dalla madre) necessario per non subire le pressioni degli aggressivi gruppi di potere pubblici o privati che siano, il “guardare negli occhi i clienti” che dimostrano fiducia in una Banca – la Banca di Piacenza, appunto - che crea redditi e risorse finanziarie da riversare ai cittadini del proprio territorio e non a quelli di altre province e altre Regioni.

Anche la casa è “territorio”, valore imprenditoriale e abitativo, un bene da difendere contro il divorante fiscalismo dell’istituzione pubblica (Stato, Regione, Comune). Come presidente della Confedilizia Corrado Sforza Fogliani porta avanti un discorso più rigorosamente tecnico e teso a rappresentare gli interessi della proprietà edilizia di fronte al potere politico affinché non venga “depredato” il corredo immobiliare creato dal lavoro e dai sacrifici della gente.

Chiudendo il libro (ma certe pagine sulla storia, la tradizione, la cultura, il dialetto, l’esaltazione artistica di luoghi, opere e protagonisti di casa nostra, bisognerà tenerle sempre aperte), si compone un bilancio sulla nostra città, su noi piacentini impegnati - bene o meno bene - a fare, proporre, decidere le sorti del nostro destino. E’ un bilancio su cui meditare con responsabile serietà, senza scuse né ipocrisie, senza compiaciuti trionfalismi.

Corrado Sforza Fogliani - con emblematico simbolismo - va visto come l’uomo che illumina la nostra realtà come un faro che indica la strada da seguire per non diventare “colonia” di nessuno, padroni della nostra libertà e della nostra indipendenza.

Enio Concarotti

da La Cronaca, 11.02.`08

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