Banca di Piacenza

RICORDO DI MONS. GUIDO TAMMI DI ALESSIO FONTANA

I meriti, il valore e il contributo intellettuale e scientifico di Mons. Guido Tammi sono stati illustrati nella raccolta di studi a lui dedicata, di cui si è fatto promotore il prof. Arisi e che è stata sostenuta, con la consueta generosità e lungimiranza, dalla Banca di Piacenza. A Mons. Guido Tammi dobbiamo la gratitudine per aver raccolto e conservato nel vocabolario dialettale piacentino il patrimonio linguistico locale, per aver approntato una magistrale edizione critica delle poesie di Valente Faustini, per i numerosi interventi nel settore della storia della cultura piacentina, della folkloristica, della dialettologia. Ma il suo ritratto scientifico sarebbe incompleto, se ci si limitasse a rappresentarlo entro la storia della cultura locale, entro appunto la Heimatkulturgeschichte. Gli orizzonti scientifici di Mons. Guido Tammi andavano oltre la Heimatkulturgeschichte: egli era anche filologo romanzo. La sua formazione di filologo romanzo era avvenuta all’Università Cattolica di Milano, alla scuola del vulcanico Luigi Sorrento, che gli affidò un lavoro di filologia delicato, come quello del riscontro e della ricostruzione della cultura classica di Tommaso d’Aquino. Lavoro delicato e innovativo, - come ho messo in evidenza nel mio contributo -, in quegli anni, in un contesto culturale fortemente caratterizzato da un rigido schematismo ideologico. Luigi Sorrento presentò i risultati della puntuale ricerca di Guido Tammi in quel volume, dal titolo Medievalia (Morcelliana, 1943), in molte pagine del quale si riscontrano le linee che avrebbero guidato la medievistica e la filologia medievale moderna, l’idea della continuità, anche nella cultura ecclesiastica, della grande cultura antica, che superava e toglieva definitivamente di mezzo – come scriveva Sorrento - «le incomprensioni della generazione passata di studiosi, a diradare le ombre ancora persistenti come residui di una posizione illuministica, e a correggere pregiudiziali, le quali, precedendo al giudizio che dovrebbe darsi con cognizione di causa, sono dannose non soltanto nello studio della Scolastica e del pensiero medievale, ma anche nel campo dell’erudizione e della cultura». Tammi aveva dimostrato, attraverso una diligente analisi, la precisa conoscenza dei maggiori auctores latini, da Cesare a Sallustio, Tito Livio, Valerio Massimo, Svetonio, da Cicerone, a Terenzio Varrone Reatino, Seneca, Plinio, Apuleio, Aulo Gellio, Macrobio, Prisciano, Vegezio, Severino Boezio, e, tra i poeti, Terenzio Afro, Virgilio, Orazio, Ovidio. Questa ampia gamma di autori venne recuperata dalla precisa indagine di Guido Tammi, che, in tal modo, contribuì a spazzare via quelle pregiudiziali, di cui parlava il suo maestro e ad aprire altri orizzonti alla medievistica. Gli interessi di mons. Tammi erano rivolti alla letteratura religiosa e moralistica, e non solo per il suo status di sacerdote. Nel 1960 fu tra gli studiosi invitati a tenere una relazione nell’ambito del Convegno internazionale sul movimento dei Disciplinati nel settimo centenario dal suo inizio, tenuto a Perugia. L’importanza del convegno è provata dalla presenza e dalle comunicazioni d’illustri studiosi invitati, dal Meerseman a Manselli, da Alberigo a Delaruelle e a Violante, da Baldelli ad Apollonio e a Roncaglia, solo per citarne alcuni. In quel convegno Guido Tammi portò alla luce lo statuto dei Disciplinati di S. Maria Maddalena di Bergamo, offrendone un’edizione parziale e sottolineandone l’importanza quale fonte non solo per la cultura religiosa (le preghiere in latino e in volgare venivano dal Tammi indicate quale «utile fonte di studio allo storico della liturgia»), ma anche per la letteratura volgare (Tammi richiamava l’attenzione sulle due laudi in volgare contenute nel codice Sigma 3,2 della Biblioteca civica di Bergamo) e per gli aspetti linguistici degli statuti stessi. Il convegno perugino, i cui Atti uscirono due anni dopo, indicò alla storiografia letteraria la giusta strada da percorrere, suggerendo agli studiosi di perseguire lo studio del ruolo avuto dai movimenti spirituali, anche laicali, nati all’ombra dei due grandi ordini mendicanti, non solo nello sforzo di affrontare i gravi problemi della complessa società cittadina, ma anche nella promozione del volgare quale strumento della comunicazione culturale e della divulgazione, nello sviluppo della letteratura volgare. Il ruolo primario di tali movimenti (e mi riferisco anche a quelli eterodossi) è provato dalla grande letteratura moralistico-didattica del centro-nord, da raccolte come quella ampia, di oltre trecento componimenti, dell’Anonimo genovese della Confraternita di S. Caterina di Genova, trasmessa dal codice Molfino della Biblioteca civica genovese. Oggi il ruolo dei due grandi ordini mendicanti, delle confraternite viene messo in giusta evidenza nelle grandi opere di storia della letteratura: penso qui agli ampi e validi capitoli di Ignazio Baldelli sulla letteratura mediana, di Roberto Antonelli sull’ordine domenicano e di Corrado Bologna sull’ordine francescano nell’Italia pretridentina, nella Letteratura italiana Einaudi diretta da A. Asor Rosa. Quella stupenda letteratura volgare, che nelle strategie religiose e culturali degli ordini mendicanti, doveva servire come strumento di educazione e acculturazione delle città in rapida e problematica espansione, era stata preceduta dai modelli francesi. Nel 1958 mons. Tammi aveva dato alle stampe due versioni in antico francese della biografia leggendaria di santa Margherita d’Antiochia. Già avanti in Francia e in Germania da parecchi decenni, l’edizione e lo studio dei testi agiografici in volgare, da noi, in Italia, non aveva ancora sfondato e non trovava le attenzioni che di isolati studiosi: le edizioni, introvabili, erano quelle ottocentesche e le nuove edizioni erano rare. Eppure quella dei testi agiografici fu una delle attività più intense dei centri di produzione letteraria volgare dei secoli XIII e XIV, perché nel quadro dei nuovi orientamenti strategici culturali, la proposta di modelli di vita alla società cittadina bisognosa di valori religiosi, etici, morali era considerata uno dei momenti didattici fondamentali.

Mons. Tammi si sentiva filologo romanzo e uno dei suoi crucci, che mi manifestava ogni volta che gli decantavo la ricchezza e la meravigliosa organizzazione delle biblioteche universitarie tedesche, era di vivere lontano da quei centri librari forniti di letteratura specializzata nel medioevo latino e romanzo. Uno dei suoi desideri era di poter avviare l’edizione critica dei sirventesi morali in provenzale del monaco di Montaudon, impresa impossibile nella officina filologica piacentina. Nel corso di una delle mie visite, nei miei periodici ritorni dalla Germania, da lui richiesto, gli esposi che in quel determinato semestre stavo trattando l’influsso della letteratura epica francese in ambiente italiano nel sec. XIII, allo scopo di provare a me stesso il funzionamento di quella che, a mio parere, è stata una delle intuizioni più intelligenti nella storiografia letteraria, e cioè la tesi di Joseph Bédier esposta nelle Légendes épiques, che collegava lo sviluppo della letteratura epica con i centri di culto dei santi sulle strade dei pellegrinaggi. Così, ad esempio, gli mostravo come nelle mie letture avessi scoperto che al culto di san Donnino, la cui voce egli aveva trattato nella Bibliotheca sanctorum, era dedicato uno spazio privilegiato nelle chansons de geste e che il santo, saint Domin appunto, fosse uno dei più frequentemente invocati nelle preghiere degli eroi protagonisti delle diverse leggende epiche, prova – questa – dello stretto legame dei testi e dei loro autori con i centri spirituali e di culto collocati sulle varie arterie della strada francigena o romea. E un nostro – chiamiamolo così – “sogno” scientifico era quello di recuperare la fortuna delle diverse leggende epiche sulle strade di pellegrinaggio del piacentino attraverso il metodo della ricerca onomastica, di cui sono stati brillanti pionieri Pio Rajna e il compianto Aldo Rosellini. Sogno irrealizzabile, poiché monsignore era, in quel momento, intensamente impegnato nella realizzazione del vocabolario del dialetto piacentino ed io mi trovavo per la maggior parte dell’anno in Germania, mentre sarebbe stato necessario uno spoglio a tappeto degli archivi parrocchiali.

Nel mio contributo per la miscellanea ho ricordato un episodio scolastico, che, nel ricordo di qualche anno più tardi, mi fece capire come per Mons. Tammi la letteratura non risultasse solo di protagonisti, ma dovesse essere vista nella sua globale documentarietà. Dopo un ciclo di lezioni dedicato a Petrarca, monsignore ci aveva assegnato il compito di leggere una lettera di Caterina da Siena (credo che fosse l’ultima indirizzata a Papa Gregorio XI) e una qualche pagina – credo – degli exempla di Jacopo Passavanti. Dal controllo effettuato il professore si rese conto che la complessa prosa di Caterina e il moralismo del Passavanti non erano stati onorati dalla classe, tanto che ad un certo punto si fece rosso in volto e sbottò in un rimprovero, che ricordo ancora nelle parole e nel tono: insomma la letteratura non era fatta solo di Petrarca e Boccaccio e non potevamo pretendere di rincorrere continuamente quelli che lui definiva i «facili amori di Laura». Saggio insegnamento: la letteratura per lui non era solo un momento di piacevole fruizione dei cosiddetti “maggiori”, ma una manifestazione soprattutto di contenuti recuperabili dagli scritti di tutti gli autori che potessero illustrare la cultura di un’epoca. E questo, in una temperie storica in cui dominava il criterio critico della netta divisione di “maggiori” e “minori”. Gli interessi di mons. Guido Tammi erano soprattutto per i contenuti. Così, un giorno che passai a trovarlo, stava preparando su fogli di quaderno a quadretti il commento ad una novella di Pirandello. Mi disse che, per gli studenti del corso di teologia, teneva un ciclo di letture pirandelliane e mi spiegò la scelta dell’autore con l’opportunità che egli offriva al confronto di idee, di concezioni, fra la positiva filosofia di vita cristiana e la rappresentazione pirandelliana di un mondo di disadattati, di esclusi, di una vita disperatamente negativa.

Alla chiarezza di idee, che gli derivava dalla sua formazione aristotelico-tomistico-scolastica, corrispondeva la nitidezza di una prosa sobria, razionale, sintatticamente ordinata come ordinata era la strutturazione delle sue idee. In anni in cui si andava allargando la sbornia per i diversi strutturalismi e formalismi nella linguistica e nella critica letteraria, in anni in cui prendevano piede la linguistica trasformazionale e le più diverse nuove tendenze e mode culturali, Guido Tammi guardò con una certa diffidenza e, oserei dire, anche con scetticismo a questi nuovi strumenti critici e rimase fedele alla chiarezza scolastica delle idee e alla linguistica storica e descrittiva. Non aveva simpatie per quelli che lui definiva i “voli pindarici” di certa critica letteraria. Già nelle lezioni liceali, quando le note dei due curatori antologici, Carli e Sainati, a piè di pagina a commento degli autori si dilungavano quasi sovrapponendosi al testo oggetto del commento, egli ne interrompeva la spiegazione liquidando la nota con un «i èn di ciciaròn» e, a farci capire come le spiegazioni dovrebbero essere sempre limpide e mai il critico dovrebbe sovrapporsi all’autore con una spiegazione complessa e autocompiaciuta, ci raccontava l’aneddoto circolante fra gli studenti degli studia del sec. XV: “si vis intelligere Caietanum, lege Thomam”; se vuoi capire il commento a san Tommaso del card. Tommaso de Vio, detto il Gaetano, leggi direttamente il testo stesso di Tommaso. Così si capisce perché, fra i commenti danteschi, privilegiasse quello positivistico e sobrio di Scartazzini e Vandelli. E del resto la sobrietà del filologo e del commentatore si rispecchia assai bene nel misurato commento e nelle brevi e sfronzolate introduzioni ai componimenti della sua edizione critica delle poesie di Valente Faustini.

Un ultimo aspetto umano di mons Guido Tammi vorrei evidenziare: la sua etica, religiosa disposizione rispetto al tempo. I nostri incontri, anche perché a volte capitavo da lui mentre era inchiodato al tavolo di lavoro, erano intensi, ma non così prolungati che egli dovesse poi rimproverarsi di aver sprecato il tempo. Allora si prendeva una qualche pausa e mi invitava a prendere un caffè in un bar sulla piazzetta della chiesa di San Paolo. Lì continuavamo il nostro colloquio. Ma la pausa era breve, poiché egli mi ricordava regolarmente la massima dantesca “il perder tempo a chi più sa, più spiace”. E anche quella era una lezione morale, di cui far tesoro.

In definitiva, questi insegnamenti di Tammi mi hanno accompagnato nel corso della vita: la modestia, che è sempre contrassegno dell’intelligenza del grande studioso, l’onestà intellettuale e morale, la chiarezza di idee e la nitidezza del linguaggio, la consapevolezza del grande ruolo avuto dalla cultura, dal pensiero cristiano, dalla Chiesa nella storia europea, il rispetto del tempo considerato come dono di Dio, la sobrietà di vita. Il ricordo affettuoso di oggi è la manifestazione di una doverosa gratitudine, non solo personale, ma di tutta una città.

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