COSSIGA, L`OMAGGIO DELLA BANCA Articolo del Presidente
di
Corrado Sforza Fogliani
Francesco Cossiga fu a Piacenza in visita ufficiale (un’altra volta ci venne da senatore a vita, ma solo per l’incidente del Pendolino) nell’ottobre del ’91, il giorno 10. Vi trascorse un’intera giornata, dormì in Prefettura e ripartì l’indomani mattina, sempre da San Damiano (dove era atterrato la mattina precedente, presenziando alla riconsegna della bandiera di guerra al 50° Stormo).
La visita era stata organizzata da Alessandro Vaciago, che il Presidente aveva conosciuto all’Istituto di cultura italiana di Londra e che aveva poi voluto con sè al Quirinale, come suo Consigliere culturale (era in tali rapporti di confidenza con lui, che aveva anche ceduto a Vaciago, da abitazione, l’appartamento alla sommità di Via della Dataria a Roma che Cossiga aveva fino ad allora utilizzato per incontri riservati).
Era Sindaco Franco Benaglia, che ricevette il Presidente in sala consigliare. Poi, l’omaggio alla tomba di Giuseppe Manfredi – l’esponente primo del nostro Risorgimento – in San Francesco. Al pomeriggio, la posa della prima pietra della Facoltà di Economia all’Università cattolica di San Lazzaro.
La nostra Banca offrì in onore del Presidente un concerto al Municipale, nel tardo pomeriggio. Ricordo ancora il testo dell’invito, che suonava più o meno così: “Il Capo dello Stato visita la città. E la Banca della città, dà concerto”. Nel palco reale (che anche il Presidente chiamava con questo nome), Cossiga – esperto araldista, com’è noto – chiese perchè sul palco non ci fossse alcuna corona e toccò a me (che ero lì col compianto Prefetto del tempo Berardo Ienzi, oltre che col Sindaco ed il seguito presidenziale) spiegare che l’antica corona monarchica era stata sostituita nel secondo dopoguerra con un’orrenda – come fattura – corona repubblicana turrita, eliminata (dall’ing. Giambattista Zanetti) durante i lavori di restauro degli anni 70-80. (“e fece bene – commentò Cossiga, con la sua solita parresia – era un falso storico”), così che – per non far insorgere inutili polemiche – il palco rimase senza corona alcuna, com’è anche ora.
La cena seguì il concerto della Banca, all’Osteria del Teatro. Ricordo che Cossiga (qui, ebbi modo di seguirlo con più tranquillità) ci impartì, con la solita schiettezza, una vera e propria “lectio magistralis” di Scienze politiche (nella quale cercavamo di fare qualche “interurbana” – come si dice – per interloquire, ma quasi sempre senza esito, tanta era la sua (amabile) esuberanza.
Fu una bella, piacevole serata, come fu – quella trascorsa a Piacenza – una bella giornata anche per Cossiga. Fu lui stesso a confessarmelo en passant, scrivendomi una lettera, nel marzo successivo alla sua visita, per un problema di Confedilizia del quale lo avevo investito: “Ho un ricordo vivissimo della mia visita a Piacenza lo scorso ottobre, della sua gente operosa e solidale, dei suoi edifici a un tempo severi e essenziali. Ma anche caldi e a misura d’uomo. Lei ben sa che considero Piacenza un esempio insigne dell’Italia delle cento città, dell’Italia delle cento capitali”. Un ritratto perfetto, da innamorato vero della nostra terra.
La “lezione” di Cossiga al ristorante mi è venuta in mente leggendo il suo ultimo libro-intervista “Fotti il potere”, un titolo che più cossighiano non avrebbe potuto essere. “Il potere – ci ha lasciato detto Cossiga – è l’insieme delle facoltà che consentono di fare e di far fare agli altri quello che si vuole. Si cerca il potere per sentirsi forti, e dunque liberi da condizionamenti. Ma è un’illusione. La lotta per il potere finisce sempre per assorbire ogni energia, egemonizzare ogni impulso, occupare ogni spazio pubblico e privato”.
Parole sante, di un politico di razza, di un uomo che seppe nella propria vita essere coerente, senza essere mai banale. Cossiga certo, fu anche uomo di potere (il più giovane capo del Governo, il più giovane Presidente della Repubblica), ma senza esserne mai schiavizzato. Mai piegò le prerogative che la Costituzione gli concedeva a disegni surrettiziamente prevaricatori della volontà popolare, mai – nonostante un fallito tentativo di messa in accusa da parte della Sinistra, infatti dichiarato infondato ed archiviato - sovvertì la sostanza della prassi costituzionale repubblicana (creata dal nulla da uno stimato presidente come fu Luigi Einaudi). Fu per questo, a guardar bene, l’inventore delle “picconate”: che gli consentivano di far sentire la sua voce, però senza nulla coartare. Da vero “giocoliere del potere” quale fu fino all’ultimo, fino a che “il mal di vivere” – più che altro – prese il sopravvento.