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IL NUOVO GIORNALE - INTERVISTA AL PRESIDENTE    
 
   
 
 

Sforza: “Il problema di Piacenza?
Trattenere le risorse, evitare altre spoliazioni”

Facciamo il punto sull’attuale momento di difficoltà intervistando il presidente di Confedilizia e della Banca di Piacenza

 
 

Tra i più sfortunati, nel prevedere il futuro, vi sono i politici e gli economisti. D’altra parte, se così non fosse, non saremmo in questa condizione. Garanzie ci possono venire da chi, nel concreto, ha sperimentato le difficoltà del momento e le ha superate (o le sta superando). La Banca di Piacenza, senza eccedere nell’ottimismo di tipo campanilistico, rientra in questa casistica e quindi abbiamo ritenuto di rivolgerci al suo presidente, l’avv. Corrado Sforza Fogliani, per avere qualche indicazione sulla cura da seguire per superare le difficoltà del momento, un momento per la verità  un po’ troppo lungo.
Sforza è da tempo presidente nazionale di Confedilizia e questo lo pone in un posto di osservazione privilegiato. È poi - come detto - presidente della Banca di Piacenza: se per acquistare azioni di questo istituto di credito si valuta, oggi, un’attesa di cinque anni una ragione dovrà pur esserci.
Infine, oltre un anno fa, l’avv. Sforza Fogliani ha pubblicato un libro - “Il diritto, la proprietà, la banca”  - nel quale faceva una lucida analisi della situazione dell’economia nazionale e locale individuandone i mali e indicandone i rimedi. A questa pubblicazione ha fatto seguire, negli ultimi mesi, diversi interventi con i quali ha, di volta in volta, aggiornato la propria analisi. Per questo abbiamo ritenuto opportuno chiedergli, per i nostri lettori, una sintesi delle sue valutazioni.
Su questo tema, ovviamente, tutti possono intervenire. Una sola raccomandazione: essere chiari come lo è stato il nostro intervistato. Lo pretendono coloro che, innocenti, pagano questa crisi.


— Presidente,  circa un anno fa lei pubblicava, per le edizioni Spirali, il libro “Il diritto, la proprietà, la banca” dove faceva osservazioni - recepite anche a livello nazionale - sull’attuale nostro sistema economico e finanziario.  Da allora la situazione non ci sembra migliorata. Quali le cause e quale il futuro?
Al sistema economico-finanziario ha nuociuto - per dirla in breve - l’aspirazione al gigantismo, perseguito a tutti i costi. Il gigantismo porta con sé il distacco dall’economia reale, in particolare dalle piccole imprese e dalle famiglie. Porta con sé, ancora, la moltiplicazione - e quindi la dispersione e l’annullamento di fatto - dei livelli di responsabilità. Come ho scritto su Bancaflash - il notiziario della nostra Banca - deriva da questo il male che ha colpito molta parte del sistema: se si perde il contatto con la realtà, restano i mercati finanziari e basta, con tutto quel che ne consegue (e ne è conseguito). Per questo le banche di territorio hanno vinto, sono il futuro, forti del loro radicamento e di ciò che le caratterizza: la celerità delle decisioni tipica delle banche locali indipendenti,  la conoscenza personale (nel senso di essere conosciuti e di conoscere: di sapere sempre quindi, in qualsiasi momento, con chi si ha a che fare), la simbiosi colla propria terra (nella quale si salda - inesorabilmente - il reciproco interesse: la banca locale che cresce in quanto cresca il suo territorio, in quanto ne salvi e ne difenda il sistema produttivo, in quanto le risorse ritornino al territorio che le ha prodotte, in quanto vengano trattenuti i centri decisionali). Il controllo sociale - nella banca locale, caratterizzata dal potere pieno di decidere da sé sola - fa il resto, genera di per sé moralità: “Grazie all’appartenenza ad una Banca come la nostra - ha scritto di recente in una relazione, epigrammaticamente, la Direttrice di una nostra Filiale - ci possiamo permettere di uscire per strada a testa alta, senza avere alcuna remora a guardare le persone negli occhi”.

— È sempre difficile prevedere il futuro, tanto più in economia. Ciò premesso, dal suo osservatorio, come vede il domani?

È ancora presto per dire qualcosa di concreto. Il punto è di vedere in quali limiti la crisi finanziaria farà sentire i propri effetti sull’economia reale. Sono comunque convinto che il tessuto di piccole e medie aziende che caratterizza il nostro sistema produttivo, il piacentino in particolare, saprà difendersi.

— In un momento di crisi come l’attuale, come si pongono gli istituti di credito “popolari” ed in particolare qual è la posizione della Banca di Piacenza?
La nostra Banca continua la propria politica di sempre: quella di preservare la nostra terra da incursioni che impoveriscono la comunità. I piacentini ne hanno ben compresa la funzione, continuamente rafforzandola (e in modo crescente in questi ultimi anni), così che Piacenza è oggi una delle poche città che hanno saputo conservarsi la propria banca locale, popolare e indipendente. E cosa significhi avere una banca locale popolare lo hanno ben capito quei risparmiatori, tra cui clienti di altre banche, che nello scorso autunno, timorosi di perdere i propri averi, si sono a noi rivolti con fiducia. Ci caratterizziamo, d’altro canto, per la molteplicità dei prodotti bancari che abbiamo creato e messo a disposizione della clientela,  alcuni dei quali si distinguono  dagli altri perché coniugano risparmio e solidarietà per i ceti più deboli (Conto compilation e uso delle nostre carte di credito: la Banca destina proprie risorse, senza nulla togliere ai clienti, ad associazioni di volontariato o alla costruzione di pozzi in Sudan). Per i ceti produttivi - a sostenerne l’attività nell’attuale, delicato momento - la Banca ha stanziato 50 milioni di euro. Un’iniziativa che va ad integrare i numerosi interventi che il nostro Istituto ha già realizzato  sia  per  le  imprese  (plafond  per l’innovazione, silenzio-assenso, convenzioni con le associazioni di categoria), sia per i privati (mensilità aggiuntiva, sospensione o riduzione delle rate dei mutui, prestiti sull’onore). I finanziamenti erogati dalla Banca - tra settembre 2007 e settembre 2008 e cioè nel periodo per il quale sono disponibili i dati nazionali - sono cresciuti del 12,71 per cento (rispetto all’incremento del 6,41 per cento fatto registrare dall’intero sistema bancario). Solo nell’ultimo quinquennio, la nostra Banca ha riversato sulla comunità risorse per oltre 430 milioni di euro di valore aggiunto, dato - da non confondersi con i finanziamenti effettuati in sede di erogazione del credito - che consente di apprezzare la crescita del sistema economico in termini di nuovi beni e servizi messi a disposizione della comunità per impieghi finali.

— In questi mesi Lei è intervenuto più volte sulla stampa (Bancaflash e La Cronaca) sulla spesa pubblica. Ha usato termini come “affamare la bestia”. Recentemente si è soffermato sul rapporto libertà ed imposte. Può farci una sintesi del problema?
“Affamare la bestia” è uno slogan: significa che bisogna “affamare la spesa pubblica”. A cominciare dagli sprechi, naturalmente: che sono tanti, anche senza mettere nel conto - come pure si dovrebbe fare, in una situazione come l’attuale - il finanziamento dell’effimero o di opere pubbliche non indispensabili e, molte volte, neanche necessarie. Ma è mia ferma convinzione che gli sprechi si eliminino in un modo solo: anzitutto, riducendo le imposte (con meno risorse a disposizione, i pubblici amministratori cominceranno per forza di cose dagli sprechi, a tagliare) e poi, separando sempre di più i centri di spesa dai centri di entrata (la spinta a spendere c’è sempre, quando esiste la possibilità di tassare). Quanto al rapporto libertà-imposte, il discorso sarebbe lungo. Ma nel suo libro sull’influsso della tassazione sulla storia dell’umanità, Charles Adams spiega (e dimostra) come siano sempre le libertà civili a venir piegate al sistema fiscale, e non il sistema fiscale a venir piegato alle libertà civili. La schiavitù, del resto, non è lavoro senza compenso? Bene. Il Tax Freedom day nel 1902 cadeva il 31 gennaio. Oggi, siamo - in Italia - al 23 giugno. Non credo proprio che sia tutto risultato dello Stato sociale. Sono le burocrazie, piuttosto, che alimentano se stesse - da che mondo è mondo - in modo sempre più aggressivo e sempre più invasivo dei diritti civili. I grandi sistemi politici (a cominciare dall’Impero romano) sono caduti proprio sotto il potere oppressivo delle tasse imposte dalle caste burocratiche.

— Sono noti i suoi rapporti giovanili con Luigi Einaudi. Ovviamente la storia non si fa con i “se”, ma una volta tanto concediamoci una deroga. Se il grande economista tornasse in vita, che consigli darebbe alla nostra classe dirigente?
Mi lasci dire, anzitutto, che è impari - per quanto mi riguarda - il compito di essere chiamato ad indovinare i consigli che Einaudi darebbe oggi alla nostra classe dirigente. Mi azzardo a farlo solo perché non credo sia opera difficile per chi ne conosce il pensiero. Einaudi, penso, raccomanderebbe ancora una volta quel che ha sempre raccomandato: di essere in ogni situazione se stessi, di non lasciarsi illudere da chi predica le “vie brevi” per la soluzione dei problemi, di saper apprezzare anche “il contributo del primo che passa” (come egli si esprimeva). E, in quest’ultimo consiglio, c’è proprio tutto lo spirito che è solo dei Grandi.

— In tutto questo come si pone Piacenza?
La classe dirigente di Piacenza deve occuparsi (l’ho già scritto un’altra volta, ma lo ripeto) della reale situazione della nostra terra: senza catastrofismi (non ce ne sono neppure le ragioni), ma anche senza addormentarsi nella spensieratezza dell’aria fritta, o nelle illusioni del conformismo autoreferenziale. Un articolo di giornale, o una foto, non possono essere il massimo traguardo, la maggiore delle aspirazioni. Con questi obiettivi, non si va lontano. La rinascita passa attraverso quella solidarietà di territorio verso l’esterno che da tempo sosteniamo necessaria, e che infatti caratterizza altre città che progrediscono. È un passaggio importante, questo, anche se può essere più facile ammantarsi di progressismo parlando a vanvera di globalizzazione, di “sfide da vincere”, e così proseguendo per frasi fatte. Frasi fatte perché globalizzazione non significa annullare la propria identità (culturale, come economica, come di altri settori). È esattamente il contrario. Quando si hanno le risorse - umane e di tradizione - che Piacenza, e la sua gente, possono vantare, la sfida del mondo d’oggi si vince proprio valorizzando identità e specificità. Solidarietà di territorio verso l’esterno, dunque. Ma, da noi, il massimo che si dice è che “bisogna fare squadra” (che è altra cosa, non si sa neppure esattamente di quali contenuti). Così, ci si chiede perché Piacenza non riesca a fare - come Parma - una mostra tipo quella del Correggio. Vuol dire che non ci si rende neanche conto che la nostra terra ha perso  gran parte dei centri decisionali, che è - quantomeno - una terra umiliata. Forse è addirittura una terra colonizzata, o in via di colonizzazione. La nostra crescita non la finanziano di certo le sigle finanziarie forestiere che a turno si affacciano dalle nostre parti, e neanche quelle che si profilano all’orizzonte, per drenare le nostre risorse. La situazione attuale di Piacenza è il frutto di spoliazioni passate, di varia matrice. Il nostro futuro dipende dalla nostra capacità di trattenere le nostre risorse, di evitare altre spoliazioni.

a cura di
Fausto Fiorentini
 
     
  da, il nuovo giornale, 13.2.'09  
 
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